I giovani e il lavoro ai tempi del Coronavirus

I giovani e il lavoro ai tempi del Coronavirus

28 Maggio 2020 0 Di Alessandro Mazzaro

Il lockdown dovuto alla pandemia che ha colpito tutto il mondo ha prodotto non solo danni da un punto di vista sanitario ma anche sui giovani e sulla loro occupazione. Ciò viene confermato da un’analisi dei dati ISTAT sull’occupazione giovanile, infatti è possibile rilevare che solo il 23% degli under 35 ha continuato a lavorare durante il lockdown, mentre in media più del 65% degli over 35 era attivo, con un picco del 73,6% per gli over 55.

Aumentando leggermente la soglia d’età, è possibile notare che la fascia compresa tra i 20 e i 39 anni rappresenta, per lo meno in termini di forza lavoro, la colonna portante delle attività economiche e produttive non essenziali, costituendo da sola più del 50% degli impiegati in tali settori, mentre il totale degli under 40 impiegati in settori essenziali non supera il 40%.

Inoltre, una buona parte della fascia più giovane, rientrante comunque nella categoria under 35, è costituita da stagisti, tirocinanti e praticanti, i quali, oltre a essere esclusi da qualunque tutela economica prevista dal decreto Cura Italia, subiranno, con ogni probabilità, un danno in termini di perdita di chance di inserimento lavorativo.

LE MISURE ECONOMICHE: SCARSA ATTENZIONE PER GLI UNDER 35

In generale, occorre notare come fino ad oggi la categoria degli under 35 sembri aver goduto di scarsa considerazione nelle misure economiche emanate dal Governo per fronteggiare le conseguenze dell’epidemia. Ne è un esempio la totale assenza di misure a sostegno degli affitti non commerciali: se è vero che, secondo un rapporto dell’Agenzia delle Entrate sugli immobili in Italia nel 2019, ben il 92% degli Italiani possiede una casa di proprietà, tra questi solo il 6% è under 35.

La propensione verso la locazione non è, peraltro, necessariamente frutto di una scelta ponderata, ma dipende piuttosto dalle, già illustrate, minori capacità economiche dei giovani. Inoltre, la precarietà lavorativa, più diffusa nella fascia under 35, comporta anche una maggiore difficoltà di accesso al mercato del credito, motivo per cui la generazione dei millennials beneficerà solo in minima parte della sospensione dei mutui prevista dal decreto Cura Italia.

Oltre a questi numeri i giovani sono anche scoraggiati. Infatti, attraverso delle interviste si nota che un giovane italiano su due è pessimista sul proprio futuro, più di un quarto dei giovani italiani prevede che svolgerà lavori meno retribuiti, mentre uno su quattro teme un lungo periodo di disoccupazione. È quanto emerge da un sondaggio condotto nei giorni scorsi da IZI in collaborazione con Comin & Partners, sui giovani e il futuro alla luce delle conseguenze prodotte dalla diffusione del coronavirus nel nostro Paese.

Dai sondaggi effettuati nel mese di aprile emerge che su un campione di un migliaio di persone emerge che a dichiararsi ottimista è una minoranza (il 21%) mentre il 27% ritiene che il proprio futuro rimarrà invariato rispetto al periodo precedente al Covid-19. Il sondaggio fa emergere un atteggiamento di sfiducia da parte dei giovani di fronte alla crisi. Più di due quinti degli intervistati (41%), infatti, si adeguerà passivamente al nuovo mercato del lavoro mentre meno di un quarto (23%) si attiverà per cambiare ambito lavorativo rispetto a quello attuale o desiderato. Il 22% cercherà di aggiornarsi attraverso corsi di formazione specialistici e un’esigua minoranza (12%) pensa che il trasferimento all’estero sia la soluzione migliore per cambiare la propria condizione. Infine, quasi la metà dei giovani (45%) si aspetta che il Governo stanzi maggiori aiuti per le imprese mentre per il 24% andrebbero aumentati gli ammortizzatori sociali. Solo il 18% ritiene indispensabile investire nell’innovazione tecnologica o nella formazione (13%) se si vuole provare a superare la crisi. La situazione economica nazionale e internazionale è al primo posto fra le preoccupazioni dei giovani (45%). A pesare “molto” sull’umore dei giovani italiani, sono anche la salute propria e quella dei propri cari (35%) e il benessere psicologico (30%), messo a dura prova dal periodo che il Paese sta attraversando. Tra gli intervistati, poco più della metà (51%) ha un’occupazione, il 17% studia ancora, il 16% è disoccupato o in cerca di un lavoro e il 10% è in cassa integrazione. Tra coloro che lavorano, due italiani su tre (66%) hanno un contratto a tempo indeterminato, il 17% invece ha un contratto a tempo determinato, mentre il 10% è a partita IVA.

I GIOVANI FRA PESSIMISMO E REALISMO

Tra i giovani italiani in età compresa fra 18-34 anni dilaga il pessimismo rispetto al proprio futuro in misura maggiore rispetto ai loro coetanei tedeschi, spagnoli, francesi e britannici. In Italia infatti circa il 60% dei giovani interpellati si sente più a rischio rispetto a prima dell’epidemia, mentre poco più del 30% ritiene che nulla sia cambiato rispetto a inizio febbraio. L’unico Paese che ha percentuali simili alle nostre è la Spagna, mentre sia in Francia che in Germania sono più i giovani che pensano che nulla sia diverso rispetto a prima di quelli che invece si sentono più a rischio, una percentuale che non supera di molto la soglia del 40%.

In molti dopo l’epidemia hanno evitato il matrimonio, il 40% degli intervistati italiani dice di aver abbandonato il programma di sposarsi e, con pochi punti percentuali in meno, di avere un figlio. Più di un giovane su tre in Italia dice di aver rinunciato a cambiare città e ad andare a vivere per proprio conto o a convivere con un’altra persona. Negli altri Paesi presi in esame, le stesse rinunce riguardano un giovane su quattro. L’unica eccezione è la Spagna che riporta percentuali simili tra chi, per esempio, ha rinunciato ad avere un figlio o chi rinuncerà ad andare a vivere per conto proprio. Un dato sicuramente riconducibile in parte al fatto che di tutti i Paesi dove è stata condotta la ricerca, la Spagna è, insieme all’Italia, quello che riporta tassi di crescita economica più bassi e un tasso di disoccupazione giovanile più alto. Il pessimismo rispetto al proprio futuro colpisce soprattutto le fasce di giovani più a rischio: si va dal 15% di chi ha un contratto a tempo indeterminato all’oltre 60% di chi lavora in proprio.

È presente anche una dimensione di genere: se il 56% degli uomini si aspetta una ricaduta negativa sulla propria vita, la percentuale arriva al 68% tra le donne, più pessimiste sulle proprie prospettive lavorative nel dopo-Covid. Inoltre, risulta importante considerare le assunzioni nette per tipologia di contratto. Si evidenzia una diminuzione più severa per i contratti a tempo determinato, con riferimento ai quali le assunzioni al netto delle cessazioni sono diminuite di circa 30 mila unità. Tra questi una perdita significativa è riconducibile ai lavoratori stagionali: non stupisce che sia il settore del turismo a soffrire maggiormente di questa crisi, lasciando indietro circa 20 mila posti di lavoro. Dunque, i lavoratori che rimangono a casa oggi sono coloro che, con le dinamiche occupazionali dei tempi normali, avrebbero trovato un impiego. Sono i giovani, che devono ancora entrare nel mondo del lavoro, e i dipendenti a tempo determinato e stagionali, che prevedevano di farvi ritorno.

di Emanuela Di Rauso